La forma della bellezza

Gualdo Tadino (Perugia), Chiesa monumentale di San Francesco
11 giugno 2022 - 02 ottobre 2022

  • A cura di Cesare Biasini Selvaggi e il collezionista Antonio Menon
  • Con il patrocinio Comune di Gualdo Tadino
    Polo Museale di Gualdo Tadino
  • Dove Gualdo Tadino (Perugia), Chiesa monumentale di San Francesco
  • Quando 11 giugno 2022 - 02 ottobre 2022
  • Orari da martedì a domenica e festivi 10.00 - 13.00; 15.00 - 19.00
    INGRESSO LIBERO
  • Per accedere alla mostra è obbligatorio presentare il Green Pass secondo le regole in vigore dal 6 agosto 2021
  • Ufficio Stampa Polo Museale di Gualdo Tadino, tel. +39 075 9142445 - info@polomusealegualdotadino.it

Presentazione: sabato 11 giugno ore 11.00, Sala Consiliare del Comune di Gualdo Tadino - piazza Martiri della Libertà, 4

Saluti
Massimiliano Presciutti, Sindaco di Gualdo Tadino
Barbara Bucari, Assessore alla Cultura
Catia Monacelli, Direttore Polo Museale

a seguire inaugurazione nella Chiesa monumentale di San Francesco, Corso Italia
sede della mostra


Dopo il successo delle mostre “Seduzione e Potere. La donna nell’arte tra Guido Cagnacci e Tiepolo”, “Luciano Ventrone. Meraviglia ed Estasi” e “La stanza segreta. Capolavori della figurazione contemporanea dalla Collezione Massimo Caggiano”, aprirà i battenti nella Chiesa monumentale di San Francesco a Gualdo Tadino, dall’11 giugno al 2 ottobre 2022, LA FORMA DELLA BELLEZZA. È un’altra esposizione-evento che consentirà al pubblico di ammirare una strepitosa selezione di capolavori provenienti da The Bank Contemporary Art Collection, la più importante collezione di pittura figurativa italiana contemporanea sugli ultimi 25 anni di produzione, sia per la qualità delle opere scelte sia per l’ampiezza del panorama artistico che vi è documentato con oltre 130 artisti presenti.
La mostra, promossa dal Polo Museale città di Gualdo Tadino e da The Bank Contemporary Art Collection e con il patrocinio del Comune di Gualdo Tadino, è a cura di Cesare Biasini Selvaggi, e sarà inaugurata sabato 11 giugno alle ore 11.00.

La collezione
The Bank Contemporary Art Collection raccoglie circa 800 opere di oltre 130 artisti diversi. È la più importante collezione di pittura figurativa italiana contemporanea sugli ultimi 25 anni di produzione. Perché, per The Bank, la pittura è il linguaggio più antico al mondo e perché il bello sopravvive alle mode. Anche il luogo dove si può ammirare la sua collezione è straordinario: un’ex filiale di banca rimasta chiusa a Bassano del Grappa per diverso tempo, trasformata dieci anni fa in una galleria-museo. Qui ogni tanto, lungo il percorso espositivo, fanno ancora capolino casseforti e cassette di sicurezza blindate. Ma The Bank non è solo un importante osservatorio nazionale sui talenti italiani della pittura del nostro tempo. È anche un centro di mecenatismo che sostiene gli artisti ritenuti meritevoli sia attraverso l’acquisizione di opere sia promuovendoli presso musei, fondazioni, istituzioni culturali in Italia e all’estero.

La mostra
Ancora una volta, pertanto, la trama del racconto nella Chiesa monumentale di San Francesco a Gualdo Tadino corre tra le pagine o, meglio, tra le sale di una collezione dei nostri giorni. Lungo il percorso della mostra si ricostruisce una storia del collezionismo dei nostri tempi, scritta come in un rapporto di buon vicinato, tra un pittore e l’altro; una storia dei meccanismi di produzione e di acquisizione delle opere d’arte. Ma, soprattutto, s’impone la storia della pittura di figura italiana negli ultimi 25 anni, con qualche artista che si già si allena a resistere al giudizio inesorabile del tempo.
In mostra si raccontano così due generazioni d’artisti: quella dei nati tra il 1960 e i primi anni settanta e quella seguente. Il contesto di riferimento di partenza è quello degli anni novanta, quelli del grunge, delle camicie di flanella, dei Nirvana, di American Psyco (1991), Natural Born Killers (1994), Pulp Fiction (1994), di Uma Thurman e del cinema tarantiniano. Di Gioventù cannibale, antologia di racconti horror italiani tra i primi titoli di Stile Libero, la collana Einaudi inaugurata nel 1995 che ha cambiato il modo di leggere del nostro Bel Paese.
«Ho fortemente voluto questa mostra per continuare a leggere e rileggere le novità e, in parte, la tenuta della pittura contemporanea italiana, la sua immanenza (in particolare di quella figurativa) attraverso quella sorta di ricorsività evolutiva e costante che ha rotto l’assunto che per scrivere il futuro si possa solo guardare avanti. È la pittura che squaderna, recupera, rielabora e parla dell’umanità attraverso la sua cultura visiva, costituita da elementi estetici ma, soprattutto, nutrita quotidianamente dal confronto con l’Io, il pensiero, i legami sociali, con il “luogo del pittore”, con il suo fare poetico d’individuo», dichiara Cesare Biasini Selvaggi, curatore della mostra.

Gli artisti in mostra
Andrea Martinelli compie la sua ricerca ossessiva sul ritratto, sulla rappresentazione dell’uomo, sul racconto di storie attraverso i volti di personaggi che sono o figure vicine all’artista o che incontra e che, in qualche modo, lo rimandano sempre a qualcosa della sua vita passata. Ognuno di loro è ciò che Martinelli definisce il volto della memoria.
Giovanni Frangi, Marco Petrus e Luca Pignatelli sono una generazione di artisti che ha cominciato a muovere i primi passi nella Milano della metà degli anni ottanta, quando il capoluogo lombardo era già un polo culturale nazionale attrattivo per la pittura intorno alla presenza di un intellettuale come Giovanni Testori. Essi vivono insieme l’esperienza dell’Officina milanese, termine coniato dal critico Alessandro Riva. Tra i generi della figurazione è la pittura di paesaggio ad accomunarli, oscillando tra restituzione oggettiva delle forme, così come sono nella realtà, e tanta visionarietà.
Alessandro Papetti, artista dalla proverbiale rapidità del gesto pittorico e dai tipici blu e viola dei suoi notturni, è un discendente in linea retta dell’esistenzialismo di Alberto Giacometti e di quello milanese di pittori come Gianfranco Ferroni e Bepi Romagnoni, applicato in atmosfere che sanno dei luoghi oscuri narrati dalla scrittore statunitense James Ellroy.
Negli ultimi quindici anni si è definita un’ulteriore generazione di artisti a cui appartengono, lungo il percorso espositivo, Sergio Padovani, Cristiano Tassinari, Romina Bassu, Giovanni Gasparro e Chiara Sorgato. Non tutti tra loro sono giovanissimi dal punto di vista anagrafico, bensì per la loro tipologia di ricerca formale dall’identità instabile e per l’utilizzo di nuovi supporti e formule espressive sviluppati in maniera autonoma (la pittura spazia dalla fotografia all’installazione; l’olio e l’acrilico si mescolano con resine, bitume, smalti, ecc., per definire una dimensione “altra”; al supporto su tela si aggiunge quello su lino, stoffe da parati, ecc.). L’elemento comune dell’indagine di questi talenti diversi e delle loro espressioni ineguali fa riferimento a un’interpretazione della realtà che va ben oltre la percezione visiva naturalistica. Addentrandosi negli spazi dell’incoscienza, dell’invenzione, del sogno, della fantasia e dei grovigli della memoria individuale e collettiva, questi autori trasfigurano più di quanto non interpretino.
In mostra un focus sarà dedicato a Sergio Padovani, straordinario pittore autodidatta di cui The Bank possiede il corpus più significativo di opere. Da circa un decennio Padovani è autore di apparizioni al di là del reale, ma tutte comprese nella realtà. Poiché, attraverso l’apparenza delle cose e del colore, egli manifesta un’acuta sensibilità naturalistica nella sua riflessione sul destino umano e sul significato della vita in un’epoca priva di certezze. È un pittore di evanescenti verità che, alla tranquilla oggettività delle esistenze, preferisce visioni di incubo e di follia, nutrendo un repertorio iconografico d’origine medievale. È un nostalgico della qualità e del “ritorno al mestiere”: senza mai rinunciare alle tecniche tradizionali, Padovani è un inesauribile sperimentatore, tra bitume e resine che contaminano la materia pittorica classica per definire il perimetro di una dimensione “altra”, sacra. È il regista di una figurazione del già-detto come ipotesi del come dirlo, che ha il suo percorso nella dialettica tra umano e divino, yin e yang, nell’ombra dalle tonalità fredde, talora cupe, dalla quale egli distingue l’essenza della sua personalissima umanità nella carnalità di corpi resi deformi, incompiuti, fasciati dal Mistero in cui sono immersi dalla testa ai piedi.

La mostra è accompagnata da un catalogo pubblicato da Edizioni Kappabit.