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Corona vince il Premio The Bank. Con un piatto di formaggi ammuffiti

Articolo di Alessandro Riva tratto da Italian Factory Magazine, 30 ottobre 2019

È andato a Gianluca Corona il premio The Bank Contemporary Art, assegnato a Milano in occasione della fiera GrandArt, nata intorno all’idea della riscoperta del figurativo. Una giuria composta dai collezionisti Antonio Menon e Paolo Zanatta, fondatori di The Bank, tra le più prestigiose collezioni dedicate alla pittura contemporanea italiana, e dal critico Angelo Crespi, ha selezionato un lavoro di Corona esposto dalla Galleria Lorenza Salamon per assegnargli il premio, arrivato quest’anno alla seconda edizione (la prima edizione era stata assegnata l’anno passato a un quadro di Giorgio Tonelli). Il quadro di Corona è intitolato Convivium, misura 42×75 centimetri e raffigura una singolare natura morta, che guarda molto alla tradizione secentesca delle Stilleven olandesi e fiamminghe: anziché raffigurare i classici vasi di fiori o frutti, è infatti incentrata su un piatto di gustosi formaggi (una fetta di taleggio e una di gorgonzola), comprensivi di muffe, e accompagnati da una pagnotta di grano duro: il tutto dipinto con la meticolosità e il classico stile dell’artista milanese, che mescola riferimenti alla tecnica della pittura cinque e secentesca ad ambientazioni e atmosfere contemporanee. Corona non è nuovo a questo genere di quadri, apparentemente in controtendenza rispetto alle suggestioni del contemporaneo più avanzato. Eppure, la sua è un’operazione che alla contemporaneità guarda con molta attenzione, benché utilizzi strumenti e generi assolutamente tradizionali.

“Pur amando la pittura del ‘600 cerco sempre di filtrarla con un tocco contemporaneo”, ha dichiarato l’artista. “Ho il desiderio di far emergere dai miei dipinti una composizione attuale, che abbia una sua geometria e allo stesso tempo una sua astrazione, dandogli però una luce antica”. Quella di Corona è una pittura sapiente e meticolosa, precisa fino all’esasperazione senza mai farsi mera mimesi fotografica del reale, attenta e coltissima nella serie di rimandi alla tradizione classica (da quella secentesca delle “nature immobili” – le straordinarie still-leven di scuola fiamminga –, fino al naturalismo lombardo, cui la sua pittura naturalmente tende) e tuttavia permeata di una luce, di una particolare epicità e di una sua carica drammatica che li rende fatalmente e ineluttabilmente attuali. La preparazione della tavola o della tela, il chiaroscuro, la tecnica pittorica per velature, la composizione del quadro e persino il disegno di Corona sono quelli della migliore tradizione quattro e cinquecentesca, ma la luce, il taglio, l’aria che si respira nel quadro sono quelli che dal Seicento in avanti hanno precorso il cambiamento di sguardo offerto appunto dalla modernità.

D’altra parte, non ci sono oggetti volutamente moderni o attrezzi “civili”, borghesi, né tantomeno oggetti “marcati” di matrice pop, da tranquilla e domestica quotidianità delle cucine o dei salotti piccoloborghesi dei nostri giorni (come invece, forse, saremmo portati ad aspettarci), così come non c’è, dal lato opposto, il tentativo di “retrodatare” i soggetti dei quadri con trucchi che ne possano spostare la collocazione temporale in un’indefinita epoca classica. La sfida di Corona appare proprio quella di rimanere miracolosamente in bilico su un crinale sottile, che si situa tra una contemporaneità di cui non s’intravede nessun segno esteriore, e una classicità che è quella del metodo più che delle fogge o dei soggetti.

E nella precisione asciutta e minimale con cui esegue i suoi formaggi, le sue zucche, i suoi limoni, i suoi fiori, Corona supera di fatto il confine della semplice rappresentazione, ponendo (e ponendosi) interrogativi sul senso della rappresentazione pittorica nell’epoca della finzione mediatica, e arrivando, grazie a una pittura così precisa da sfiorare l’astrazione, a elaborare una sorta di più o meno consapevole messa in discussione dei codici e dei linguaggi tipici della contemporaneità.

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