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Federico Lombardo: tra impressionismo e semplicità giottesca

Intervista di Anna Lina Grasso per JULIET - CONTEMPORARY ART MAGAZINE

L’arte contemporanea opera con un taglio netto, se non addirittura disprezzando, irridendo il passato, senza pensare che l’arte non è altro che una lunghissima successione di modelli e archetipi che nel corso del tempo si sono sedimentati, in armonia fra innovazione e tradizione.

In questo senso non pecca d’orgoglio l’artista campano Federico Lombardo, sostenitore dell’importanza della messa in discussione dei valori stabiliti, nato a Castellamare di Stabia e residente a Roma, nelle cui produzioni convivono sperimentalismo e passatismo, ritratti stranianti che vogliono esprimere sentimenti neutrali, ispirati ai modelli rinascimentali e tecnologia digitale (a differenza di quelli più sfuggenti realizzati su tela), rievocazioni compositive giottesche e scene di vita quotidiana dei nostri giorni.

Diplomatosi in scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, Lombardo, lontano dalla tradizione storica novecentesca, spesso inserisce nelle sue opere elementi di scultura che fanno da sfondo e personaggi che sembrano fantasmi, raffigurazioni di sogni e ricordi.

Il corpus creativo di Lombardo è variegato, per il quale è fondamentale la ricerca di nuovi valori della visione, affidandosi all’immediata impressione del vero, e rifiutando qualsiasi processo canonico ed ideologico della rappresentazione. Le sue opere sono avvolte da un’atmosfera che ricorda i film di Jean Renoir, perché l’arte che nella mente e nelle mani di Lombardo diviene cinema sulla tela, dinamismo, movimento, così come il colore è efficace mezzo espressivo per restituire ad ogni cosa il suo peso e il suo volume, un po’ alla maniera di Jean-Frédéric Bazille, cogliendo la naturalezza e l’eternità quotidiana di una vita in cui l’arte è sempre presente.

I lavori di Federico Lombardo, che dimostrano la poliedricità dell’artista campano, sono stati ammirati al parlamento europeo di Strasburgo, nella Basilica Palladiana di Vicenza, al Pac di Milano, in biennali (Venezia e Sharjah) e quadriennali. L’ultima sua mostra personale, “Monade” risale al 2018 a Milano, a cura di Federico Rui. La prossima personale sarà a Bassano presso la collezione the Bank.

Lei è stato inserito nel diario della pittura italiana vivente “Eccellenti pittori” dal giornalista e critico d’arte Camillo Langone, ma chi sono per Lei i pittori eccellenti e quale ritiene essere l’aspetto della sua arte che la rende un pittore eccellente?
Camillo conosce il mio percorso artistico da quasi 15 anni; è come un Vasari del XXI secolo, almeno questa è la sua intenzione; è evidente che individua nella mia pittura delle qualità tecniche, stilistiche tali, da rendermi partecipe di questo suo progetto. Perché mi definisca eccellente forse sono la persona meno adatta per rispondere, bisognerebbe chiederglielo. Spesso mi paragona a pittori impressionisti o contemporanei del calibro di Erich Fischl, quindi di sicuro individua nella mia arte una capacità espressiva fatta di pennellate veloci, intense, espressive.
Il pittore è eccellente quando non si pone di certo il problema se lo è, ma costruisce il suo lavoro gradualmente attraverso una poetica, un credo, che può durare una vita.
Da poco ho visitato La fondazione Mirò e il Museo Picasso a Barcellona, ovvio sono artisti mitici più che eccellenti. Seguire il loro esempio come minimo. Non amo concetti rivisti e riproposti come assoluta originalità.

Quanto bisogno c’è oggi di un’arte di tipo umanistico?
L’arte è sempre umanistica, perché pensata e fatta da esseri umani.

Cosa deve rappresentare l’Arte per Lei?
L’arte non deve rappresentare, ma porre dei quesiti, mettere in crisi dei valori assodati.

Lei ritrae scene di vita quotidiana, proponendo una pittura iperrealista, nel segno della sincerità. Trova sterili le idealizzazioni?
Una parte della mia pittura rappresenta scene intrise di un certo realismo, perché amo guardare il mondo e riproporlo con la materia lucente della pittura, ingenuamente proporre il mio modo di vedere le cose. Nulla è sterile, la pittura è tale se propone sempre una variante ideale, altrimenti meglio uno scatto fotografico.

Ricorda la sua primissima opera? Di cosa si trattava?
Era lo studio di un paesaggio di Giacinto Gigante quando avevo 11 anni.

Cosa pensa dell’arte concettuale? Ritiene siano più efficaci i giochi di parole o i colori a rappresentare una vicenda?
L’arte è spesso chiusa in recinti sterili, tutta l’arte esprime dei concetti. Certo il quadro impressionista di oggi non può essere quello del 1874, lo spirito cambia. Nel mio caso la relazione interdisciplinare tra tecniche diverse fa diventare la pittura anche un concetto non comprensibile solo attraverso una lettura superficiale: è la mia ricerca.

I suoi ritratti a mezzo busto eseguiti con il digitale sono per certi versi inquietanti, i protagonisti non sorridono quasi mai, copie perfette dell’originale. Sono opere distopiche, di un possibile futuro popolato da androidi o una realtà che è già sotto i nostri occhi se pensiamo a quanto si insegue la perfezione estetica?
Il percorso pittorico che parte dalla ricerca sul volto, rarefatto, astratto, simbolico approda al digitale dopo anni. Non sono mai state copie perfette, anzi, spesso l’originale è solo un punto di partenza, non sono mai state copie. Non sorridono perché il loro sentimento è neutrale, quasi asessuati, indagano, osservano, sicuramente inquietanti, come dice un esperto di arte digitale Ennio Bianco, fanno parte dell’”Uncanny valley”. Sono anche un parallelo contemporaneo col ritratto tipico italiano che si ispira ad Antonello da Messina, o Leonardo.

Quale tecnica predilige? Olio su tela di lino, acquaforte, supporto digitale…?
Oggi si parla di realtà parallele, la fisica quantistica ha messo tutto in dubbio. Tale concetto influenza la mia arte forse anche contro la mia volontà, con i mezzi umili della pittura interdisciplinare, interpreto questo spirito, che si contrappone all’idea unica di stile, che appartiene al passato.

Le sue narrazioni di vita quotidiana, per quanto riguarda la composizione (prendiamo ad esempio l’opera Piazza del Popolo o Piazza Navona) sembrano rifarsi alla linearità e semplicità di Giotto, è una ricerca voluta? Le sarebbe piaciuto essere artista all’epoca di Giotto?
Sicuramente tra i pittori sommi di tutti i tempi c’è Giotto, la sua semplicità asciutta, contrapposta alla maniera moderna dell’epoca, è senza tempo. Forse sì, l’Italia era un centro culturale mondiale. Certamente il percorso sarebbe stato più lineare, dalla bottega al lavoro artigianale di pittore, artista. Certo Giotto era anche un grande imprenditore di sè stesso, un artista che sapeva parlare ai potenti del suo tempo.

Tre artisti che l’hanno in un certo senso illuminata.
Giotto, Marlen Dumas, Bill Viola.

Perché l’arte figurativa viene spesso ritenuta antiquata, facendo pensare a uno stucchevole accademismo, e per molti oggi l’arte e deve esprimersi attraverso l’astrattismo delle installazioni o le performance più imprevedibili?
Dipende dai contesti culturali, a me sembra che la figurazione goda di ottima salute se penso alle recenti aggiudicazioni in asta di Hockney, anche se non amo il sistema speculativo delle aste.

Le nuove generazioni sono sufficientemente e doverosamente educate alla conoscenza dell’arte?
Dipende dalla volontà e desiderio dei singoli.

Prossimi impegni?
Una personale a Bassano presso la collezione the Bank.

Un sogno da realizzare?
Continuare a dipingere e viaggiare.

Fonte: www.juliet-artmagazine.com/federico-lombardo-tra-impressionismo-e-semplicita-giottesca/

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