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Le folgoranti visioni di Nicola Caredda in mostra a Los Angeles

Tratto da artslife.com il 23/08/2022

Le folgoranti visioni di Nicola Caredda richiamano atmosfere che sembrano uscite da un romanzo fantascientifico di autori come Philip K. Dick, George Orwell, Isaac Asimov, William Gibson. O da una serie tv che parla di un futuro post apocalittico. O ancora scene tratte dalla cinematografia visionaria di registi come Ridley Scott, Lars Von Trier a David Lynch, Tim Burton, Baz Luhrmann fino a Alejandro Jodorowski, Terry Gilliam e Alex de la Iglesia. Visioni che ci trasportano in un tempo sospeso tra presente e futuro aprendo a una narrazione in luoghi che in realtà l’artista ha visitato, ha vissuto, anche con la mente, in viaggi lisergici tra le periferie, nei parchi poco curati dove lasciano traccia del loro passaggio skaters e writers, tra insegne di farmacie, vuoti di bottiglie di birra gettati a terra, richiami alla religione, al sesso. Attingendo quella cultura “bassa” o per meglio dire sociale che assorbiamo fin dalla nascita e che introiettiamo dentro di noi, fatta di simboli immediatamente riconoscibili da tutti, accostando ad essa temi forti.

Usando lo strumento dell’allegoria, Caredda costruisce pezzo per pezzo il suo universo simbolico, calibrando sapientemente ogni elemento e studiando la composizione per darle freschezza. Non è una pittura d’istinto come racconta l’artista: “Passo molto tempo a dipingere, sono italiano, e prendo la magnificenza della tradizione pittorica italiana per trasportarla nel lowbrow”. Caredda sottolinea come sia importante “che il quadro sia anche bello da vedere, divertente, è un modo per attirare lo spettatore e fare in modo che si soffermi sull’opera”.

Anche le scelte cromatiche concorrono ad accentuare la sensazione di trovarsi in una dimensione parallela. Caredda si avvale infatti di tinte sature e innaturali trasportate in contesti ordinari: basti pensare al verde luminoso quasi fluorescente fino viola e al rosso.

Protagonista della personale “Don’t trust anyone over 30” presso gli spazi di Thinkspace project a Los Angeles, Nicola Caredda concentra l’intera produzione della mostra attorno a questo slogan.

“Non ti fidare di chi ha più di trent’anni” è stata la frase iconica negli Stati uniti per un’intera generazione, quella compresa fra gli anni ’60 e ’70 , i “baby boomer”, la generazione del cambiamento, in cui germogliò il seme della controcultura che accomunava nell’idea del rifiuto di quei valori tradizionali imposti dalla società, confrontandosi con temi riguardanti i diritti civili, la sessualità, i diritti delle donne, compreso ovviamente l’uso di droghe psicoattive.

A pronunciarla fu Jerry Rubin, eroe della controcultura americana degli anni Sessanta, che affermò “Quell’espressione era un modo per dire che nessuno ci sta manovrando”. Una sorta di inno alla libertà, lo stesso che Caredda lancia in questa nuova serie che, sorridendo, definisce come “Un inno alla giovinezza da vecchiaia” e prosegue “Ero e sono tutt’ora convinto che un giovane non debba seguire i discorsi di un adulto, ma che debba fare le proprie esperienze con tutti i rischi che questo può comportare. Sono sempre tutti pronti a insegnarti o importi un cammino, e allora via libera all’anarchia, alla sperimentazione, al rischio che può portare anche all’autodistruzione”.

Laddove gli adulti vedono il pericolo e lasciano segnali per ammonire, Caredda vede la libertà nella sua forma più vera. Nelle opere è presente un forte simbolismo di morte, ci sono teschi, scritte, segnali che mettono in guardia dall’azzardo di rischiare di farsi male, tuttavia l’artista lascia spazio al divertimento, alla spensieratezza, alla voglia tipica di chi vuole vivere alla propria maniera, lasciando alle spalle giudizi e preconcetti , ma creando un proprio originale percorso.

Per questa serie Caredda attinge ai ricordi della sua giovinezza, parlando della sua generazione attraverso vari richiami alla cultura pop. Sottolinea come “la vera missione pittorica è comunicare, farsi leggere, farsi recepire, stimolando il cervello! I miei quadri sono stati d’animo, sono atmosferici, per questo non inserisco persone nell’opera, distrarrebbero l’attenzione, invece vorrei che gli spettatori provassero delle sensazioni dentro quegli ambienti. Ci sono richiami alla mia giovinezza, ma vorrei che fossero multidirezionali nelle diverse letture che può avere l’opera”.

Quelli che dipinge Caredda non sono luoghi abbandonati, anzi le tante luci, insegne luminose, addirittura una tv accesa, testimoniano la presenza umana, sono i posti in cui i ragazzi si ritrovano a giocare a calcetto, fare skate, fumarsi uno spinello, insomma luoghi di socialità ritratti in un momento di tranquillità.

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